L’alluvione del 1530 a Roma: Un cantastorie racconta…
Sai che a Roma… vogliamo condividere questa chicca? Si tratta di un brano di un cantastorie del Cinquecento, tratto da un codice dell’epoca, contenente la narrazione della spaventosa inondazione che il 7 ottobre 1530 colpì la città (in realtà una targa in via della Minerva ascrive l’evento all’8 ottobre, ma del resto l’alluvione si verificò di notte…). In quell’occasione il Tevere raggiunse 18,95 m. Morirono circa 3.000 persone e più di 300 case andarono distrutte.
Diluvio di Roma che fu a VII d’Ottobre l’anno MDXXX in tempo di papa Clemente VII.
Spirti gentili che in sonoro carme
Cose bramate udir’ altiere e nove
attentamente ognun prego ascoltarme
e sia sempre con voi l’eterno Giove.
Un caso strano non d’amor o d’arme
ma che ogni duro core al pianger move.
Chi sera di pietà sì nudo in tutto
che possa ritenere il viso asciutto?
Voi sentirete in doloroso Idioma
che la mia Lira in pianto si riversa
Di quella afflitta e sconsolata Roma
che è sta’ dal proprio fiume suo sommersa.
Et l’acqua s’innalzò sopra la chioma
d’ogni alta torre, sì che è guasta e persa
ogni bellezza sua, piena è di lezzo
quella che si nutriva in piume al rezzo.
Bisognarebbe ordir lungo volume
narrar dil danno la millesima parte.
La notte comenciò spargere il fiume
ruppe ripari fatti con grand’arte
e nanti lo apparir del chiaro lume
l’Acque per tutta Roma erano sparte
in tanta copia che ogni strada un mare
parea, e con barche si potea solcare.
Sparse per l’acqua le Reliquie sante
tempii, palazzi e case roinate
tanti huomini son morti e donne tante
che non han fine, e assai bestie annegate.
Robbe per l’uso umano quali e quante
e vettovaglie son sott’acqua andate;
non vi si pò abitar per anni cento
si chel nome di Roma in tutto è spento
Da un codice cinquecentesco.